L’ego-surfing o narcisismo digitale
February 8th, 2008 in VarieApprendo da Wikipedia con un certo stupore che l’ego-surfing è un termine presente nell’Oxford English Dictionary addirittura dal 1998…
Chi mi conosce sa quanta avversione nutro nei confronti della TV e più concretamente verso quella parte di programmazione che oramai da anni propone palinsesti dove l’apparire, il presiedere, il comparsare sembrano essere l’unico modo (la vera chimera) per essere…
Il cogito ergo sum di Cartesio e il suo scetticismo metodologico spazzerebbero via in un secondo il nulla proposto oggi dai tuttologi, egocentrici sconosciuti, isolani, granfratellisti e politicanti d’avanspettacolo che disorientano i nostri ragazzi e inebetiscono i loro genitori, eppure pare che qualcosa di simile si stia verificando anche sul web e non mi riferisco, almeno in questa sede, ai video di bullismo su Youtube ma all’ego-surfing, pratica a cui pochi penso siano completamente estranei (compresa la sottoscritta) e che pare stia divenendo una vera e propria mania, tanto da alimentare quello che in diversi articoli e post viene definito come narcisismo digitale.
Dove e come compaio se digito il mio nome sui motori?
Esiste addirittura un sito Qdos che ci aiuta a misurarlo! Il narcisismo digitale pare incominci a creare delle vere e proprie patologie…depressione da assenza e esaltazione da presenza.
Magnocavallo, creatore di BlogBabel uno tra i più importanti siti atti a registrare, aggregare e indicizzare i blog italiani, sostiene, in un articolo di Luca Sofri, che tra i più colpiti dalla sindrome di narcisismo digitale ritroviamo proprio i blogger, che sul Forum del sito darebbero vita ad accese controversie e colorite discussioni se la loro posizione in classifica subisce repentine variazioni o se addirittura il loro nome insieme a quello del loro blog scompare dall’ambitissima classifica.
Ovviamente quello dei blogger non è il solo caso di presenzialismo digitale o di egocentrismo virtuale…insomma con le definizioni ci si potrebbe sbizzarrire, ma del resto a pensarci bene di cosa mi sorprendo non è forse il web 2.0 e il mondo dei social network ad aver segnato questa direzione?
In realtà non c’è teenager negli States che non possieda un profilo su uno o più social e in Italia il fenomeno non è poi così lontano da verificarsi secondo le stesse dinamiche.
Dov’è, se c’è, la differenza tra il presenzialismo proposto dalla Tv e il presenzialismo digitale…può l’interazione da sola rappresentare la risposta? Certo non tutte le forme di presenza hanno la stessa valenza, mi viene da pensare che un blogger, nella maggior parte dei casi, abbia qualcosa da dire, posizioni da assumere e idee da difendere, mentre un profilo su myspace piuttosto che su facebook può aiutare a definirsi ma soprattutto a soddisfare quella voglia di relazionarsi con il resto del mondo senza limiti o confine alcuno. Non essere iscritto ad alcun social, non partecipare attivamente ad un forum, non avere un proprio blog ma leggerne in compeso tanti potrebbe farci risultare out…
Le mie sono ovviamente solo riflessioni su un mondo che mi rigurda da vicino e che spesso, noi del mestierte, tendiamo a “proteggere”, “giustificare” a volte a mistificare vi consiglio per questo di leggere l’articolo che ha dato spunto a queste riflessioni e che parte da una ricerca condotta dalla Pew Internet & American Life.
Buona lettura…
23:44
Ottimo spunto di riflessione!
Credo che il fenomeno dell’ego-surfing o narcisismo digitale derivi in gran parte dalla distorsione che-inevitabilmente- si crea attorno ad un mezzo di comunicazione nel momento in cui quest’ultimo diventa di massa!
E’ lungi da me definire il web 2.0 un semplice mass-medium, è maggiormente un social-medium!
La radio prima, la telvisione-soprattutto-dopo, ci ha abituati che essere presenti dentro quel mezzo renda potenti, ed in parte così è stato se consideriamo la propaganda fascista prima con la radio e l’ascesa al potere di un “abile” imprenditore nel mondo della politica dopo con la tv…
Paolini(l’esibizionista televisivo) ne è stata la prova, di come una persona comune possa acquisire visibilità attraverso comparsate-strappate- alla tv.
Nel momento in cui il web entra prepotentemente nelle nostre case e il web 2.0 diventa un nuovo modo di interagire(non tutti capiscono bene il vero significato del termine ma questo è un altro capitolo) con un “mezzo” allora ecco che si ri-presenta la “distorsione” della realtà!
Il blog di beppe grillo è il primo in classifica, allora vuol dire che avere un blog in cima alla classifica faccia diventare celebri!E’ questo quello che-ingenuamente- si pensa. Ma come si fa a biasimare chi crede in questo, d’altronde il margine di tempo che ci separa dall’avvio del web è di soli 18 anni e dell’adsl non più di 4 anni…Se il modo di apprendere i web, per la maggior parte, avviene in maniera grottesca, autodidatta, per passaparola tra colleghi , amici…
Fare video nudi davanti ad una webcam si pensa possa essere cool(e chissà magari qualcuno così mi nota,si pensa)…
Ed allora ecco che si va alla ricerca della propria awareness, si ha voglia di essere “famosi”…non mi meraviglierei se tra qualche tempo possa esplodere il nuovo “Isola dei famosi 2.0″, sempre che qualcuno non ci abbia già pensato.
10:05
E’ una visione troppo razionale la tua, come daltronde mi aspetterei da una persona del tuo livello morale e della tua sopraffina intelligenza.
Ma i mezzi comunicazione e le connessioni che essi mettono in moto non sono sempre qualitativamente alte ma quantitavamente esasperate…panem et circenses
16:08
@luigi
16:10
volevo dire questo …sorry!
11:29
Garbage in, garbage out.
E’ un vecchio detto, ora di moda per l’informatica: se in un computer immetti dati errati, in uscita avrai risposte errate, per quanto sofisticata sia la macchina.
Ce ne rendiamo conto leggendo i rapporti Istat sull’inflazione e sull’allarme criminalità, per citarne solo un paio.
C’è anche l’antico adagio: sei fatto di ciò di cui ti nutri. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
E per la nostra psiche vale uguale legge: se vi immettiamo i contenuti televisivi citati nell’articolo, intercalati da pubblicità, avremo persone sempre più disinformate, incapaci di ragionare, di esprimere critiche, condannate al consumismo dell’oca da ingrasso, alla passività fatale della cavia di laboratorio.
La TV, essendo un servizio pubblico, strumento di diffusione della cultura, dovrebbe essere depurato di tutti i contenuti menzogneri o carenti nella qualità.
A questo dovrebbero pensare i direttori di rete, ma sono eletti dai partiti, come i primari delle ASL. Ovvio che tutto vada a catafascio.
Non sto parlando di censura, si può diffondere qualsiasi idea, a patto che si rispettino certe regole, permettendo sempre un contraddittorio.
Paolini è stato condannato a tre mesi di carcere, nonostante i suoi numerosi ricorsi. E’ una prima sentenza, altre ne seguiranno, perché in tanti l’hanno denunciato. Dubito, però, che farà mai un giorno di carcere. La giustizia, in Italia, è uno dei tanti modi per buttar via danaro, cornificando il cittadino.
Paolini è un perfetto seguace del metodo pubblicitario: esisti solo se qualcuno ti riconosce. Falso, sappiamo bene che valiamo a prescindere dal giudizio di chiunque. Per le merci va diversamente: non sempre il buon prodotto emerge. E’ in auge, semmai, la legge della piazza: si afferma chi grida più forte, non chi presenta i prodotti migliori o più convenienti.
Ma i giovani frequentano volentieri i docenti in bugie (preti, ideologi e terroristi raccolgono a piene braccia). Conquistano una facile notorietà devastando scuole, umiliando o massacrando un compagno, riprendendo uno stupro, per mettere poi il tutto su Youtube.
E i giudici dormono.
Dietro questi comportamenti c’è un lungo processo, ancora in atto, che, a partire dal ’68, ha degradato la scuola, minato l’autorità delle istituzioni, lasciato impunito il crimine, favorita l’apparenza, mortificato la sostanza. Il comunismo è morto ma i suoi effetti si fanno ancora sentire.
Gli spot pubblicitari si possono paragonare ai sacchetti d’immondizia cumulati ai lati delle strade partenopee, e fra poco anche a quelle palermitane e romane.
L’immondizia ci insegue, ed un giorno ci raggiungerà, sommergendoci; già ne percepiamo la puzza.
Altri paragoni sono possibili: seguire una conversazione sovrastata dal rumore di uno stadio; cercare nel Web l’informazione che serve, nascosta in un oceano di risultati.
La TV diventa diseducativa quando immette nell’etere “garbage”.
La pubblicità è responsabile del degrado televisivo.
Basandosi sugli indici di ascolto, finanzia i programmi che giocano al ribasso dei contenuti, solleticando gli istinti più deteriori dell’uomo.
L’etere è infestato da emittenti inutili e dannose, che trasmettono televendite di giorno e telefonate erotiche, con spogliarelliste, di notte. Non si contano le trasmissioni truffaldine, che raggirano gli spettatori più ingenui.
E la magistratura latita.
Fateci caso, programmano gli stessi quiz, TG, stessi spettacoli di varietà, stessi spot, stesse fiction, tutte uguali, con decine di migliaia di puntate insulse, con attori che non sanno recitare, reclutati al “Bar dello Sport”, senza talento, ai quali non giova neanche frequentare anni di scuola di dizione e di recitazione. E sono perfino osannati, a dimostrazione che il cattivo gusto è premiato quando si viene male-educati.
Anche qui vale il principio base della pubblicità: una menzogna appare come verità quando la si ripete incessantemente. Lo sanno da sempre i religiosi, con il catechismo e le preghiere imposti fin da bambini nelle scuole.
Se già in culla ti fanno ascoltare rappers in azione, arrivi a credere che la musica sia quel rumore lì, o che l’arte sia quella collezione di immondizie che occupano stabilmente le mostre d’arte moderna, o che Ricky Memphis sia un attore e non quel bancarellaro di Porta Portese, smarritosi negli studi televisivi, ramengo, dopo una nottata di bagordi.
Le emittenti sono finanziate dalla pubblicità, quindi dai consumatori, i quali in cambio ricevono il danno (i costi) e la beffa (programmi di infima qualità).
Rimane pur sempre la libertà di ignorare la TV o di scegliere programmi a pagamento, che però, con i costi della vita in salita, diventano proibitivi. Non so se effettivamente le emittenti a pagamento siano del tutto prive di pubblicità, non mi sono mai abbonato. Nelle sale cinematografiche, dove pagando non dovresti essere afflitto da spot, è peggio che in TV: agli spot nazionali si affiancano quelli locali.
Neanche Internet ci salva: la pubblicità normale sembra essere il male minore. Spam, virus, delinquenza informatica, errori, falsità, furti di identità ed ogni altro genere di “garbage” inonda il Web.
E’ deleterio raggiungere tutta l’informazione di cui il Web può disporre. Il Web 2.0 potrebbe portarci proprio ad un’immensa discarica culturale dove, come gli zingari di un tempo, rovistiamo in superficie, alla ricerca di qualcosa da salvare, turandoci il naso.
Tuttavia, grazie al Web 2.0, mi sono imbattuto anche in qualcosa di positivo, senza accorgermene. Cercando un negozio di articoli sportivi, ho avuto il piacere di trovare, accanto all’elenco dei rivenditori, una piantina di quelli inclusi nella zona di ricerca.
Altro risparmio di tempo dai suggerimenti di Youtube, nella ricerca di brani musicali: ho trovato elenchi di argomenti affini alla canzone oggetto della ricerca, del tutto dimenticati, con video assai rari, difficilmente rintracciabili con ricerche mirate e con le conoscenze in mio possesso. Il materiale a disposizione soddisfa ogni nostra curiosità, semmai il problema diventa come scegliere ciò che più ci serve, separare il vero dal falso, col poco tempo a disposizione.